
puntoacapo Editrice |

Massimo MorassoLa furia per la parola nella poesia tedesca degli ultimi due secoliPg 88 |
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Prezzo: € 11,00 |
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UNA NOTA DELL’AUTORE
Questo libro è un rendimento di grazie. Le pagine in fondo, quelle che ho intitolato Apprendistato / Wanderungen, provano a dar conto su un piano di riflessione autobiografica della crucialità del mio dialogo con la poesia (e, più in generale, con la cultura) tedesca e costituiscono, probabilmente, nonostante la loro bizzarria, la premessa più utile all'avvicinamento degli altri tredici scritti. Nella grande maggioranza, quanto raccolto qui è già comparso su rivista, o in sede di prefazione o postfazione a libri che ho curato fra il 1995 e il 2006. Preso nell'insieme, documenta un tratto che mi sembra sufficientemente ampio di un cammino critico cui ha corrisposto un'assai più lunga e più articolata fedeltà di “libero” lettore. Mi fa piacere ricordare infatti che la mia attività di studioso senza cattedre né redazioni d'appoggio si esprime seguendo gli estri mercuriali (e le conseguenti libertà) che sono fra i frutti più gustosi del dilettantismo. Perciò questo libro, che pure non raccoglie tutto quanto ho scritto, tradotto e pubblicato di poesia tedesca moderna e contemporanea, mescola cose di taglio “accademico” e cose che hanno il passo breve della presentazione d'autore, o del commento in margine. Alle eventuali obiezioni metodologiche, rispondo in anticipo con le parole affilate di un critico d.o.c. qual è Pier Vincenzo Mengaldo: “Anche il mio metodo sarà buono se è buono. Col che non mi assolvo ma mi giudico, e così chiedo che facciano gli altri, caso per caso”. Nel meraviglioso Jean-Paul di Max Kommerell, la furia per la parola è quel “qualcosa di corrosivo” che nasce nel poeta schiacciato dal peso dell'indicibile quando “l'accennare e il far-segni si stremano”. Dedico il mio La furia per la parola ad Anna Lucia Giavotto Künkler, profonda, illuminante ermeneuta rilkiana, e a quegli amici che mi vanno sollecitando a dare maggiore visibilità agli esiti scritti della mia ricerca.
Da: Apprendistato/Wanderungen
6. Dirò di qualche vacanza e di qualche viaggio oltr’alpe, il mio gran tour piccolo borghese alla rovescia. Curiosamente, le tappe un po’ casuali del pellegrinaggio che ho intrapreso, studente e poi impiegato, sulle orme dei miei phares di lingua tedesca mi hanno portato più spesso in Svizzera che in Germania. Per motivi economici, non c’è dubbio - la piccola Svizzera è più vicina a Genova della vastissima Germania. Ma anche, m’immagino, per un motivo più profondo, occulta causa indecifrabile di un’attrazione-repulsione che a prima vista, altrimenti, tenderei a ritenere insensata. La patria che fu di Ramuz e Glauser, due scrittori che amo, è un microcosmo, penso adesso, che dà figura araldica al principio di contraddizione (altri direbbe: al polemos) che regge i destini dell’umanità, e della mia mente. Non c’è nulla di più insopportabile, in effetti, di ciò che è svizzero in essenza, a parte il cioccolato e la fonduta. Eppure, in quell’essenza letteralmente anti-patica io sento respirare qualcosa di fraterno; qualcosa, butto lì, che deve essere parte del retaggio e/o del miraggio di ogni compiuta classicità. Per me, la Svizzera è lo sbocco geopoliticamente Biedermeier di una tensione degli opposti, l’esito aggraziato e inquietante (inquietante per quanto aggraziato?) di un compromesso impossibile fra Kultur e Zivilisation. Non è, in fondo, perfettamente svizzera la diadi Prometeo-Epimeteo concepita a fine secolo da Spitteler? L’ordine non nasce per opporsi al vuoto pneumatico sul quale s’accampa, figlia dell’orrore e del caos, la dismisura del niente? Lo “svizzero” Prometeo si ritira in letizia dal consorzio umano in nome della libertà della propria anima, mentre l’altrettanto “svizzero” Epimeteo, lusingato dall'angelo dell'ordine e del bene comune, sacrifica la propria libertà spirituale e conquista il trono… Così, sballottato fra giubilo e disgusto, sono stato un paio di volte ad Ascona, una delle città d’elezione di Yvan Goll, non tanto per Goll stesso, appunto, o per la curiosità di ascendere a quel luogo un po’ bislacco che è Monte Verità, quanto per respirare l’aria rarefatta e impressionante di villa Eranos. In quella bella casa abbarbicata al Lago Maggiore, com’è noto, Olga Froebe-Kapteyn diede vita negli anni ’30 e per oltre mezzo secolo a una serie di seminari multidisciplinari che sono parte non secondaria della storia segreta della cultura occidentale del ‘900. Lì, ho visto la piccola sala-riunioni, e il tavolo circolare, e la veranda, dove una volta all’anno si riuniva un cenacolo che basterebbe da solo, a qualsiasi latitudine, anche a quella umanamente irrespirabile di un limbo ultraterreno, a continuare a tenere in vita un progetto di civiltà. Divertente, pensare che a pochi chilometri di distanza dall’annuale ritiro valdostano di un “mitico” gruppo di intellettuali intento a svecchiare l’Italietta letteraria sopravvissuta al ventennio (Giulio Einaudi, Cesare Pavese, Italo Calvino, Massimo Mila, Leone Ginzburg, Felice Balbo, Elio Vittorini etc.), giace una cella dello spirito che ospitava, negli stessi anni e poi più in qua nel tempo - sorta di implicito, nobile contraltare internazionale al laicismo di provincia - studiosi e scrittori quali Martin Buber, Carl Gustav Jung, Karoly Kerényi, Karl Löwith, Erich Neumann, Gershom Scholem, Heinrich Zimmer (per limitarmi a nominare quelli di area germanica che ho letto e compulsato in più occasioni). . . .
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