puntoacapo Editrice

 

Giorgio Linguaglossa

la defondamentalizzazione del discorso poetico

(Mario Benedetti Pitture nere su carta Milano, Mondadori, 2008 pp. 108 € 14,00)

(Massimo Sannelli (1973) L’aria – poesie 1993-2006 Novi Ligure, Format, 2009 pp. 160 € 16,00)

(Alberto Toni Mare di dentro Novi Ligure, Format, 2009 pp. 48 € 8,50)

 

Credo che si possa affermare che quello che resta degli istituti stilistici del Novecento sia qualcosa di analogo ad un pavimento con le mattonelle dissestate, come se un sisma del nono grado della scala mercalli si fosse abbattuto sulla sua superficie e ne avesse divelte le mattonelle, letteralmente facendole schizzare via dal cemento sottostante. Le parole degli istituti stilistici novecenteschi sono così, letteralmente, schizzate fuori dal posto che era stato loro assegnato; prive ormai dell’ancoraggio della cementificazione stilistica, le parole sono diventate leggere, hanno perduto la loro fondazione. È questa la situazione oggettiva che si trova davanti la poesia contemporanea. La risposta di Mario Benedetti sul piano stilistico è tutta circoscritta nel bordeggiamento e nella replica mimetica delle sconnessure e delle disarticolazioni della lingua strumentale. È evidente che la poesia contemporanea, vista attraverso i suoi migliori esponenti, sconti sul piano stilistico questa situazione di oggettiva impraticabilità della lingua strumentale, ed è ancora più evidente, ad una analisi approfondita, che le sconnessure e le disarticolazioni penetrano osmoticamente e demoticamente negli istituti stilistici ormai disancorati dagli statuti ideologici ed epistemologici. Quello che resta sono le disarticolazioni, le zattere linguistiche che galleggiano sulla superficie della lingua strumentale. E qui sorge la domanda d’obbligo: qual è la risposta della poesia contemporanea a questa situazione? È ancora possibile una risposta in sede stilistica? Le parole sono materiali di scarto del quotidiano e il quotidiano è il materiale di scarto di qualcosa che non è più il quotidiano. Mario Benedetti fa una poesia del quotidiano, avvicina la lente di ingrandimento alle «cose» del quotidiano a tal punto che, improvvisamente, quello che resta sulla pagina è «irriconoscibile». Sta di fatto che il «quotidiano» della poesia di Benedetti è «irriconoscibile». Queste poesie, viste da vicino, come con una lente di ingrandimento, ci rivelano ritmi e intensità della materia materiata di cui sono fatte le parole. Lo scarto, l’inversione sintattica, la sovrapposizione sintattica, lo scambio tra soggetto e predicato verbale, tra la verbalizzazione del verbo e la stazione logocentrica del soggetto, lo scentramento e il decentramento del soggetto, lo scambio tra sostanza e sostanza, tra astratto e concreto, e viceversa, tutta questa infrastruttura stilistica accidentata e sregolata della dis-congiunzione sintattica non è altro che una sovrastruttura che si è sostituita alla struttura. O una struttura che si è sostituita alla sovrastruttura. A questo punto, e soltanto a questo punto, il linguaggio poetico diventa incomprensibile e irriconoscibile. Soltanto adesso il nostro occhio sa cogliere il nesso «significato» e quanto esso sia stato deturpato e offeso: ogni parola è come slegata e slogata dalla sua congiunzione, dalla sua giuntura sintattica e significazionista; ogni parola è come isolata e inchiodata ad una fissità, ad una rigidità cadaverica, come se soltanto dopo la cadaverizzazione fosse possibile aderire al significato delle parole. È l’impossibilità di attingere il «significato» delle parole il motore immobile di questo linguaggio poetico, che si muove sul limen tra un al di qua e un al di là, tra un progetto di impianto lirico dopo l’età della lirica e un prodotto di narratologia dopo la caduta delle grandi narrazioni. È una strettoia, un sottilissimo canale di collegamento che separa e unisce due continenti, due continenti vuoti, riempiti di nulla («Dietro di te, e davanti, oltre, non c’è niente»). L’interpunzione, frastagliata e serratissima, finisce per polverizzare, desemantizzare, diserbare il linguaggio poetico rendendolo apocentrico, privo di direzionalità e di temporalità. Forse, tra i poeti contemporanei questo di Mario Benedetti è il progetto più compiuto di desertificazione significazionista portato alle sue estreme conseguenze. Benedetti riprende là dove Maurizio Cucchi aveva lasciato dopo Il disperso (1976), procede nella terra di nessuno della defondamentalizzazione del linguaggio poetico e avanza, a spron battuto, verso le irrigue sponde del nichilismo. E qui il discorso potrebbe continuare ma è proprio a questo punto che interrompo l’indagine…

Altro discorso dovremmo fare se intendessimo collegare quest’opera di Mario Benedetti con il panorama della poesia contemporanea, che sembra prediligere una pluralità di direzioni e di svolgimenti. Si tratta di una vasta gamma di possibilità tematiche e stilistiche che hanno in comune il pensiero di un ricompattamento del discorso poetico in vista di una funzione «significazionista». La «nuova poesia» degli anni novanta non si pone più come «bacino di raccolta» delle esperienze stilistiche pregresse, come era avvenuto nel corso del Novecento, ma come «bacino di irrigazione», un delta stilistico e tematico, ed anche un delta linguistico; come un campo di esperienze stilistiche e tematiche fondate su un nuovo patto di autenticità con il lettore, con il pubblico dei lettori e sulla estraneità al paradigma novecentesco così come si era sviluppato nel novecento: da un lato il binario dello sperimentalismo, dall’altro il binario dell’abbassamento al parlato piccolo-borghese.

Non c’è dubbio che siamo dinanzi ad una vera e propria rivoluzione copernicana del linguaggio poetico. Sono gli esiti estetici e la pluralità delle scelte e delle direzioni intraprese dai singoli autori che non lasciano margine alcuno al dubbio: con gli anni novanta e, più ancora  in questi primi anni del nuovo millennio, ci troviamo davanti ad una nuova geografia poetica, si ha la sensazione che la «nuova poesia» nuoti nel vuoto, nell’enorme vuoto provocato dalla circolazione delle merci linguistiche e nell’enorme vuoto provocato dalla scomparsa del mercato, e quindi di un pubblico di lettori… e dallo stallo di un vero dibattito critico attorno alla poesia.

Nell’opera poetica di Massimo Sannelli (1973) L’aria – poesie 1993-2006 Novi Ligure, Format 2009, siamo dentro la disarticolazione del linguaggio poetico, dentro la dis-connessione del discorso poetico: un labirinto di strade che convergono e divergono, segmentate da buche profonde, crepacci linguistici, vere e proprie tagliole linguistiche che spezzano il «senso» e lo dirottano altrove, come se un maledetto clinamen avesse sconvolto per sempre la direzionalità delle parole, che sortiscono dai loro bunker e si arrestano all’improvviso, come davanti ad un campo minato, davanti e intorno c’è il campo minato della punteggiatura che arresta e devia il soggetto, gli avverbi, i sostantivi (che non indicano più alcuna sostanza) e incalzano la materia linguistica che appare crivellata di colpi, come se ci si trovasse dentro la cappa di una «invasione» demotico-dispotica di una invisibile setta segreta che corrompe il vocabolario, la stessa fibra del discorso, di ogni discorso. Potremmo esprimerci con una parafrasi: che le parole-automobili viaggiano dentro la città-labirinto del supersistema cripto-mediatico, senza l’ausilio di alcun sistema di ordinamento del traffico urbano, senza i semafori linguistici, senza corsie preferenziali, senza gli «stop» e la segnaletica di pericolo, come dentro un gigantesco luna park di autoscontro o dentro a giganteschi flipper dove le parole-palline rotolano e sbattono contro tutti gli ostacoli e tutti gli spigoli in un gioco virtuale funereo senza fine. Come una visione al microscopio della materia linguistica, notiamo tutte le asperità e il disformismo del tessuto linguistico. È come se ci trovassimo dinanzi alle parole dopo un terremoto linguistico: non c’è possibilità alcuna di orientamento nel testo. Non nascondo qui di aver chiamato in causa l’epoché del mio disincanto dinanzi ad un bombardamento siffatto: il tempo metterà ordine alle cose.

Un libro invece che opta per una «poesia da camera», come la chiamava Mandel’stam è questo di Alberto Toni Mare di dentro (Novi Ligure, Format, 2009). Una poesia colloquio intimo e pacato con l’interlocutore segreto incentrato sulla macro metafora del mare: una entità geografica priva di direzione, o meglio, dove è possibile ogni direzionalità senza direzione («Che miseria perdersi nelle acque mosse / sotto il vento e cercare all’orizzonte / l’ultimo bagliore, nel legno mosso e nella / zattera che non ha più direzione»), una sorta di diario lirico con un linguaggio post-lirico, una specie di legato testamentario espresso con un parlato che ricorda (come un ricordo dopo un’amnesia), il parlato di altri «parlati», scomparsi, dopo il Novecento, affondati come carghi troppo pesanti per via del bombardamento tardo novecentesco caduto sulla istituzione stilistica della poesia, perché è intervenuto un aneurisma a rendere il terreno dello stile franoso, poroso, rugoso… una poesia a metà tra la confessione e il parlato, tutta tenuta dentro una «intimità» che è stata spodestata e violata nelle nuove condizioni dell’ipermercato globale delle merci linguistiche. Il tono e il lessico sono dimessi, gli abiti della retorica dismessi, per via di una reticenza, un riserbo, un pudore per il fatto di fare poesia senza ricorrere ad alcun momento di destrezza retorica e stilistica. Una poesia che ha rinunciato a qualsiasi stilizzazione, dove l’«io» «sceso al minimo», riacquista «felicità e vigore», «per noi che non temiamo nulla».