puntoacapo Editrice

M. Agostinacchio
Azzurro, il melograno
 
 
 
 
Pg 128
 
 

Prezzo: 13,00

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Leggi la recensione di Stefano Piazza

 

 

I rapporti tra tappe di viaggio: “I miei saluti da Vienna, da Parigi,/ Monaco, i miei saluti dalla Spagna./ Vorrei fosse Normandia, vorrei Praga./ Con i saluti viene volando l’anima”; ed episodi della propria vicenda personale che hanno fermato il tempo in attimi di eternità: “A sera sul Danubio la passeggiata./Luci dai battelli, musica dal ponte,/ti avvince la proposta,il corteggiamento,/cena e jazz, tu in kaftano;del fiume perla.” Le forme e i colori del paesaggio sembrano emergere come ombre dal pozzo profondo di un passato:”Increspata, la Moldava ha voce/ di rimprovero, scuote, percuote/l’ombra di luce a un estremo d’ora/che pensavi salva, bianca rinata.” Immagini di Budapest che si affacciano alla memoria vivissimi: “E’ sera di note/lungo i ponti, Jazz e Liszt, amalgama di suoni” e non vorrebbero tornare: “Davanti al fiume il parlamento,/linee che rivedrai seduta a un concerto,/merletti, picchi acuminati al poco/del poco che resta dello splendore.” Un’elegia dei ricordi che non getta sul vissuto uno sguardo inutilmente desideroso e che non conosce l’esasperazione di ogni sentimentalismo. Ma che è imbastita con il filo dell’amara consapevolezza di chi di sa di poter portare a casa solo il riflesso indefinito e angosciante di quanto continua a restare rappreso al passato: “Praga del desiderio, del vicolo,/o della strada d’oro muore. Praga,/la bella, la voce chiusa nella voliera”…

 

Dopo “Perticati” (Book Ed. 2006), ”Azzurro,il melograno” consacra la matura vena poetica di Marina Agostinacchio, già vincitrice nel 2002 del Premio Internazionale Eugenio Montale per la poesia inedita. L’autrice - che è nata nel 1957 a Padova, dove tutt’ora vive e insegna - in questa sua seconda raccolta appare avviata in un viaggio nell’evocazione dei ricordi, nelle dipendenze dei ritorni, e negli abissi della psiche. La viaggiatrice porta in dote alla poetessa il filo di un racconto, sia pure aggrovigliato e sfilacciato, nella forma di un diario autobiografico. Saremmo tentati quasi di dire di singoli poemetti, strutturati in stanze collegate tra loro continuativamente, da un corridoio che non allude a un principio e a una fine, ma dove transitano echi e ritorni. D’altro canto la poetessa ha assicurato alla viaggiatrice una libertà assoluta, superando qualsiasi problema d’azione, spazio o tempo, nel flusso inarrestabile di una continuo, ritmico e stilistico, che ne rappresenta la cifra stilistica. Nelle otto sezioni che compongono l’opera ci sono, infatti, luoghi e stagioni che Marina Agostinacchio ha perlustrato, da cui è tornata con gli occhi gonfi di immagini e la mente inondata dal rovello di tormentati pensieri. Consegnando al lettore la voce del distacco di chi lasciato alle proprie spalle troppo di sé, fino a trasformare un labirinto complicatissimo di sensazioni in un arabesco senza fine incapace di richiudersi su se stesso.

 

Gian Paolo Grattarola

[Articolo pubblicato sulla testata MANGIALIBRI

http://www.mangialibri.com/node/6155]

 

 

 

Marina Agostinacchio nasce a Padova nel 1957, dove tuttora vive con la famiglia.

Laureata in Lettere presso l’Università di Padova nel novembre 1982, con una tesi su Gli scritti letterari di Antonio Banfi, insegna Lettere nella scuola dal 1983.

Nel 1998 e nel 2007 è tra i vincitori del concorso nazionale di poesia “Premio Rabelais”. Nel 2006 è tra i finalisti del Premio “Tra Secchia e Panaro”. Nel 2002 ha ottenuto il Premio internazionale “Eugenio Montale” per l’inedito. La rivista Poesia (Crocetti) nel dicembre 2003 le ha pubblicato il poemetto Elegia, dedicato al padre.

Nel 2006 pubblica la raccolta di poesie Porticati (Book).

 

 

Dalla Postfazione di Giacomo Trinci:

 

In questo suo libro pacato e fondo, ragionante e vorticoso, tremendamente femminile e virile, dentro questo Azzurro, il Melograno, vive la particolarità di un récit assediato, fin dal suo presentarsi, dalla fitta ragnatela di fantasticherie, grumi simbolici, raggi proiettivi che lo rendono vivido e frastagliato, come sono quelle vie cittadine, quelle strade di città che sono nei due libri, visitate da un turista postumo a se stesso, sopravvissuto “en artiste” , pellegrinazioni strazianti e, quel che più conta, pronte a restituire un senso conoscitivo che ne trasforma la pura referenzialità in forma della poesia.

           Eppure in questo volume, aggiungo subito, c’è anche qualcosa di più, oltre che la  conferma di trovarsi davanti una voce di poeta pura e forte;  c’è un’oltranza che si affaccia in tenebre che si spalancano all’improvviso davanti a noi: su un ponte di una città, segnata dal nome di una via precisa, con date di giorni da calendario, sfogliate con meticolosa cura giornaliera, ma che aprono improvvise dimensioni di un altrove che fa tacere, come per incanto, il rassicurante rumorio e abbaglio della vita. Le facce quotidiane delle cose, il loro consolante essere parte di qualcosa di conosciuto e riconosciuto, all’improvviso evidenziano il lato ombra che le segna di incognito, le fa disappartenere per sempre e le fa essere quel “perturbante” oggetto che scatta ai nostri occhi in un diverso modo di essere: un po’ come fa, nel grande libro di Collodi, il Pinocchio, Casina bianca della Fata, epifania che incrocia il mondo dei rumori, degli affanni, delle trasecolanti fughe degli umani, e lo azzittisce, annichilisce in sospese estasi ed incubi d’altra origine: il Reale che si affaccia, improvviso e perturbante, nella realtà consolante e consolatoria di tutti i giorni. 

 

 

 

(Attraversi l’acqua)

6-

Non è solo silenzio, non è solo

carezza assente. Scenario, spazio;

si fa trasparente nel suo niente.

E cella che si svuota, rondine che emigra.

Il grido cade, alleggerito il corpo.

Risale suono e suono, tempo, fiore

che si cala dentro. Un petalo felice,

uno per il dolore, uno che non sente.

Chi reagisce appena in fondo? Dove?

Il compagno che dorme indisturbato,

e parla nel sonno con la luna,

riemerge marea felice e coltre.

 

 

 

(Parole senza cavaliere)

7-

Dov’è il magma da cui lei è nata,

la conoscenza tattile dell’idioma?

Lettera, lettera e parola viva,

lettera che muta, s’impiglia e scatta.

Lunghe corde nel tempo sottili e spesse,

memoria dei padri che scelgono,

hanno tirato e triplicato dadi

su cui era segnata la combinazione.