
puntoacapo Editrice |

A. CappiPoesie 1973 - 2006Pg 312 |
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Prezzo: € 20,00 |
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ARCIPELAGOLIBRI di Alberto Toni L’avanti 17 12 2009
“Ascolta lo scalpiccio delle stelle / clip clip clip / che cosa abbandoni mio sole / nel buio dei millenni / per catacombe e ombre / in cunicoli di nubi”. Questi versi, tratti dal volume “Poesie 1973-2006” di Alberto Cappi, a cura di Mauro Ferrari (Puntoacapo Editrice, 302 pagine, 20 euro), ci immettono con forza dentro l’universo poetico di un poeta dal tratto assolutamente originale. Versi emblematici, compresi in “Visitazioni”, la raccolta del 2001, momento per Cappi di una virata espressiva che lo condurrà verso gli ultimi libri, in cui la cifra ritmica si accompagna a una più distesa meditazione. Resta inalterata quella particolare attenzione al suono, agli accostamenti di parole, paronomasie come tracce di un destino. Cappi esordisce sperimentale e lo sarà per molto tempo, ma con eleganza e sofferta ricerca di significato. La brevità, soprattutto. Scrive Mauro Ferrari: “All’interno di una pura melodia, apparentemente barocca ma francescana nella sua essenzialità, spogliata di maiuscole e interpunzione, le parole si dispongono in un testo che sembra germinare da sé”. Ma questa caratteristica procede negli anni verso “una strutturazione sempre più forte”, alla ricerca di un verso che sia raccordo e comunità, spazio e luogo dell’umano. E la natura, ancora, per lui mantovano, in “quella città di acque e storia, amici ed ombre che affollano i suoi versi”. “Lento è il tuo legno / che naviga il tempo”, si legge in “Virgiliana”. Eccolo allora il sogno classico che si nutre di modernità. La poesia scorre: acqua e metafora, una metafora che è come un flusso continuo tra pause e schegge.
Il piede dell’esule
La terra è un cancello che serra il piede all’ombra grigia; l’orma indugia nel germe del mondo. Fiorendo, il ricordo è estate. In carità slacciano gli oggetti àncore agli abbandoni, si sfibbia la cinta degli affetti. Erano i sensi un frutto es posto e scorticato, il desiderio l’età del cammino buono. “Siamo ascolto della voce e il tono erra passo passo stancando il tempo, sostando nelle tòrte della foce, sulla ciarla del fiume”. Chi parla? Un lume d’essere chiama. La corrente degli anni s’impiglia agli ami del pescatore, nella rete dei rami d’alberi di gelo. “Glie l’hai detto? Lo sa che ormai è giunto?” Il dubbio è un nibbio con gemme alle pupille. Lemming lemme al mare.
Che ne è del narrare
“Che sarà del nostro narrare?” Ancora non sappiamo che poterti raccontare: la città è polvere di ceci, ha nidi di pietruzze cave, sonnolenti fossati di bitume, unguenti nati dalle morti, luminescenze attive, desolati porti. Di lontano il potere della neve a preda il falco conduceva. Il vento seminava i fulmini sul mare come vele lacerate o tele strappate alla fiancata. Nata sul palco e lì sepolta dalla scena la voce è spenta. “Rendetemi l’incanto, le sillabe del canto, le mie legioni d’avventura”. Oscuramente la notte si solleva sopra i ponti. Sono resti di legame, briciole di fame.
*
come sangue la nostra memoria scivola nella storia dei figli in pallida arsura di luce o algida misura di fratelli alati che rintanano nel sogno spegnendo il grido liberando il dono
…
I versi brevissimi di Cappi, costruiti sul silenzio e da questo ammantati, prendevano così a gemmare uno dall’altro sulla spinta di una melopea senza uguali, per cui un suono si faceva responsabile di un significato e suggeriva, quasi svolgesse la formula di una equazione, i seguenti, fino a costruire una struttura agile ma fortissima, costruita, pensata e voluta ma al tempo stesso dotata delle leggerezza e della spinta naturale di una cattedrale gotica. La coesione del testo diventava così coerenza di un progetto, e di qui coerenza di una visione del mondo in lenta ma continua evoluzione, verso il basso di una terra che garantisce la base solida al corpo e verso l’alto – un alto cercato sempre più spesso, con pudore e coraggio – di un cielo che prendeva ad essere una presenza sempre più costante e vissuta. All’interno di una pura melodia, apparentemente barocca ma francescana nella sua essenzialità, spogliata di maiuscole e interpunzione, le parole si dispongono in un testo che sembra germinare da sé, per suggestione fonica operante per linee sintagmatiche (orizzontalità, linearità, diacronia del testo) e paradigmatiche (la struttura finale, in cui tutto tiene): ogni parola è, nella diacronia e sincronia finale del testo concreto, sottilmente collegata a tutte le altre, lì trovando la propria giustificazione dell’esserci e partecipando paritariamente del senso comune. L’attualizzazione del testo è assoluta perché tutti gli elementi puntano a un solo centro focale che non è lì, sulla pagina, inchiodato come significato semantico, ma è fuori (attorno) al testo, come senso del vivere in comunione e armonia: comunione appunto come partecipazione a un senso comune, e armonia come disposizione efficace sulla pagina che riflette, nella sua compostezza, un sereno abitare dentro il testo e dentro la vita: «è una sera di poesia / devo pensarti suono / devo abitarti» (p. 160). Recedendo in apparenza verso la lallazione, la nenia o la litania, i versi di Cappi all’altezza delle raccolte di questo periodo si depurano e delineano una strutturazione sempre più forte; affidandosi poi alla dedica, con costante generosità, costruiscono in realtà una comunione di sentimenti e opere, quindi comunità degli animi. Toccando in modo sempre più nudo il fondo dell’esistere – gli elementi naturali, le stagioni – la poesia di Cappi prende a situare il dramma epico dell’esistere, il contrasto fra le dimensioni dell’umano, l’insanabile contraddizione del vivere.
Dalla Postfazione di Mauro Ferrari |