
puntoacapo Editrice |

Maurizio GramegnaCaduti in voloPg 160 |
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Prezzo: € 15,00 |
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Leggi la recensione di Gloria M. Ghioni
Leggi la recensione di Cristina Raddavero
Leggi l’intervista a Maurizio Gramegna
Il linguaggio e la forma di questo romanzo di Maurizio Gramegna ci riconducono ad una narrativa genuina e corposa, fatta di accadimenti e sentimenti, non solo di asfittiche parole. Alla base della vicenda narrata, ambientata da Gramegna nel periodo bellico, nel pieno della Resistenza e della guerra partigiana, c'è, come annota lo stesso autore, una storia rivissuta, rielaborata con il filtro del tempo, e l'intervento, appassionato, dell’immaginazione che va incontro alla volontà di recuperare il senso e l’atmosfera di un’epoca. Gli avvenimenti storici descritti (l'azione al castello di Arena Po e l'agguato alla colonna tedesca) sono totalmente inventati dall’autore, mentre è vero, anche se romanzato, il tradimento che uno dei personaggi, Franco, commette ai danni di Tino. C'è poi una figura, in apparenza di secondo piano, Rina, che assume su di sé un valore simbolico ed emblematico, arrivando a rappresentare la vera resistenza, quella della gente, che, a discapito della miseria e della violenza, va avanti comunque, continua a vivere e a sperare. Il romanzo di Gramegna, è bene ribadirlo, non è un diario, né un puro e semplice resoconto di eventi accaduti; c'è molto di più: risulta chiaro ed evidente il coinvolgimento, la sofferenza e la gioia, la paura e la speranza, recuperate e strappate allo scorrere inesorabile del tempo. La capacità di Gramegna, uno dei punti di forza del romanzo, è quella di far sì che gli stati d'animo, forti, dolorosamente presenti, non accechino lo sguardo e la voce. L'espressione, anche nei passaggi in cui è maggiore il pathos, è sempre nitida e fluida: tutto è descritto con chiarezza, e sono gli eventi a creare in modo spontaneo la poesia, cruda e sincera, di una narrazione che sa ricreare le tensioni di un'epoca, l'orrore e la speranza, la vita, nonostante tutto. "La riconciliazione dell’uomo con l’uomo, dei padri coi figli, dei fratelli coi fratelli, quella era la missione per cui valeva la pena continuare a vivere", scrive Gramegna nel finale del libro. Ed è un'affermazione significativa e coraggiosa, soprattutto nell'ottica degli eventi, nell'ambito dei legami familiari intessuti e spezzati dalla follia assurda della guerra. Come accade per ogni narrazione condotta con cura e passione, il valore aggiunto di questo romanzo di Maurizio Gramegna è quello di far sì che le vicende personali, le morti, le sconfitte, i tradimenti subiti dagli uomini e dal destino, raggiungano in modo spontaneo un ambito di più ampio respiro: partendo dalle vicende di Angelo, Marta, Tino, Agnese e degli altri personaggi che hanno un ruolo in questo libro si arriva a percepire il sapore ed il senso di una vicenda più generale, quella di un'intera generazione, travolta dalla guerra, sommersa o salvata, di sicuro non sconfitta. Perché tenace è stata la resistenza dei singoli e di un'intera nazione di fronte all'orrore, all'ingiustizia, alla feroce violenza della sopraffazione. Ecco allora che, in quest'ottica, è possibile cogliere un'ulteriore preziosa caratteristica di questo romanzo: quello di parlare di un passato recente che si riflette e si estende anche sull'oggi, su una quotidianità così diversa in apparenza da quella del periodo bellico, eppure anch'essa minacciata, fragile, soggetta a violenze striscianti, stupri alla verità, alla giustizia, alla possibilità di una vita giusta ed equa. Il romanzo di Maurizio Gramegna ha un'impronta storica netta, ben documentata da particolari fedeli e precisi. Ma come tutte i lavori narrativi scritti con abilità, si distacca dal suo pur prezioso aspetto della documentazione, per acquistare la natura di messaggio, sincero, autentico, rivolto sia a chi ha vissuto in prima persona le vicende narrate sia a chi ne ha sentito solamente parlare: il messaggio, trasmesso con le emozioni, mai imposto, mai esplicitato tramite pedanti tirate retoriche, è quello del rispetto della vita, della sacralità della dignità umana, anche nel furore del tempo e nella cecità del destino. Gli individui, quando vivono con passione, superano perfino le bufere più assurde e crudeli: alla fine ciò che è autentico, gli uomini ed i popoli, restano, sanno esistere e resistere, e vanno avanti, a discapito dell'assurdo. E' un romanzo, quello di Gramegna, di sicuro interesse per tutti, ma forse soprattutto per le giovani generazioni: per capire, nelle pieghe degli accadimenti personali descritti, che il rispetto della storia e della memoria, non sono parole vane: sono l'essenza di ogni uomo e di ogni tempo, anche e soprattutto quando qualcuno vuole farle apparire come favole vaghe, confuse e lontane.
Ivano Mugnaini
XX
Puntare direttamente a Stradella seguendo il corso del Versa sembrò troppo pericoloso, meglio salire verso la via Emilia dalla parte di Arena Po. Il torrente era in piena, non avrebbero potuto guadarlo sotto la provinciale. Dovevano attraversare il ponticello di Portalbera e poi raggiungere la collina. L’acqua del torrente, rimescolandosi con la terra nei mille gorghi del tortuoso percorso, aveva assunto un colore marrone che si distingueva dai campi confinanti solo per il suo moto e gli anelli dei piccoli vortici creati dalla corrente. Negli avvallamenti del terreno ampie pozze d’acqua rendevano quei luoghi impraticabili al passaggio ed al contempo riflettevano, distorcendole, le sagome degli alberi della boscaglia. La frazione di San Pietro era ormai alle spalle, attraversata la strada per Arena Po, si inoltrarono su un sentiero che portava al Torretto. Scorsero due figure davanti al portone della costruzione. Due camicie nere stavano entrando nel cortile dopo aver forzato l’ingresso. Non visti si appostarono uno alla destra e l’altro alla sinistra del portone, armi alla mano. Rumore di passi dietro al portone… stavano uscendo. «Non sparare Tino!» Trasalì. Franco, il fidanzato della sorella! «Mettete le armi a terra», ordinò Carlo. «Cosa stavate facendo?» «Abbiamo l’ordine del rastrellamento, dobbiamo guardare ovunque». Tino era annichilito, cosa avrebbe dovuto fare? «Sentite, noi vorremmo unirci ai partigiani, è da tanto tempo che ne parliamo, ma non eravamo ancora riusciti a trovare il modo di contattare qualcuno» continuò Franco. «Ci sono anche altri due del paese che vorrebbero disertare. Lasciateci andare, torneremo con gli altri amici e verremo con voi». Tino e Carlo si guardavano dubbiosi sul da farsi. «Tino» continuò quello abbassando le braccia e guardandolo in viso, «fallo per Agnese. Devi fidarti!» Li fecero addossare al muro sotto il tiro delle armi e loro indietreggiarono di qualche passo, tanto da poter parlare senza essere ascoltati. «Che facciamo?» «Non lo so, Carlo. Dovevamo trovare proprio lui!» disse con disappunto. «Li lascerei andare e basta, ma cosa facciamo per la loro richiesta?» «Perché non chiediamo al comandante?» propose allora Carlo. «Ci stavo pensando anch’io. Potremmo dare loro un appuntamento e trovarci qui di nuovo domani sera, come abbiamo fatto anche noi al primo contatto» «Va bene, parla tu». Tino riferì quello che avevano deciso. «Ora raccogliete le armi ed andate via. Prendete in direzione del Versa, non del ponte, vi osserveremo da qui». Le camicie nere si allontanarono fino a scomparire nella nebbia. «Andiamo!» Carlo esortò l’amico, che ancora indugiava guardando il sentiero. Camminarono senza mai fermarsi, attraversando campi arati, superando fossi gonfi d’acqua, penetrando fitti intrichi di rovi ed arbusti; tutto senza mai pronunciare una sola parola. Tino non si dava pace. Quanto era bizzarro e beffardo il destino; tra tanti che poteva incontrare… proprio Franco. Avrebbero potuto non dire niente ai compagni e lasciare le cose come stavano, sarebbe stata la cosa più semplice. Ma voleva troppo bene alla sorella, e non si sarebbe mai perdonato se un giorno l’avesse accusato di non avere concesso una opportunità al fidanzato. Quel gesto poteva significare molto per Agnese una volta finita la guerra; poteva valere un matrimonio o un abbandono. Lui doveva decidere. C’era ancora una possibilità, andare all’appuntamento e fare quattro prigionieri anziché due, ma la scartò immediatamente appena gli si affacciò alla mente. Un uomo ha una parola e un onore; non avrebbe mai fatto una cosa simile, né a quelli né a chiunque altro fosse stato al loro posto. Il sentiero, da pianeggiante che era, cominciava ad arrampicarsi sulla collina. (. . . )
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