puntoacapo Editrice

Roberto Morpurgo
El Djablo
 
 
 
 
 
Pg 192
 
 

Prezzo: 15,00

Casella di testo: < catalogo

 

Leggi l’intervista di Andrea Bonfiglio

 

www.eldjablo.it

 

Leggi l’articolo uscito su Orizzonti Nuovi (pg. 53)

 

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Leggi la recensione di Giordano Lupi

 

Leggi la recensione di La Tela Sonora

 

 

I racconti di Roberto Morpurgo hanno la capacità di collocarsi in quella dimensione specifica, quella terra sottile e fascinosa, compresa tra gli oceani della verità e della fantasia. Il rischio potrebbe essere quello delle sabbie mobili: ossia la perdita della consistenza delle due dimensioni specifiche, quella concreta e quella che potremmo definire onirica. Ma il vantaggio, i frutti potenziali di quel suolo specifico sono notevoli: il potere dell'immaginazione nutre di sé anche la dimensione reale, trasfigurandola, mettendone in luce aspetti di rigogliosa esuberanza. Ebbene, grazie ad una serie ampia e generosa di dettagli che contribuiscono ad evocare in modo possente il "colore locale", Morpurgo sa evitare benissimo il rischio a cui si è fatto cenno e sa esplorare e coltivare altrettanto bene le potenzialità della terreno narrativo che ha scelto e generato. I racconti di El Djablo hanno luogo in un mondo "ispanico" in senso ampio e ben connotato: c'è il Messico, gli Aztechi, gli indios e i conquistadores, c'è Cuba, l'isola di sogno, aspra e autentica, c'è il dolore e le vicende di sopraffazione, lo scontro tra civiltà diverse.  Morpurgo sa dare un aspetto credibile alle storie che narra: inserendo brani in lingua spagnola e note in cui spiega con cura tutti i risvolti delle storie, compreso il legame tra verità e leggenda, quel sapore specifico di un mondo che combatte la pena e il sangue versato costruendo, con pathos ed ironia, una realtà parallela, non meno autentica, non meno assetata di vita, fino al punto in cui il realismo di fa magico, e le due dimensioni di fondono, creando mondi possibili, privi di confini, non più soggetti alle leggi della logica e del tempo. Coerente con il progetto e l'intento di condurre il lettore in questo mondo esotico eppure concreto e verosimile, Morpurgo plasma in questi suoi racconti un linguaggio ad hoc, scorrevole e tuttavia ricco, come un albero con foglie e fiori coloratissimi. Alterna a frasi di pura e semplice descrizione degli eventi, altre espressioni che costantemente ci chiamano in causa, invitandoci ad accettare il gioco e la sfida narrativa per eccellenza, quella tra immedesimazione e straniamento. E' un linguaggio forte, quello di Morpurgo, adatto a rappresentare le vicende di terre in cui tutto, il sole, i paesaggi, gli errori e gli orrori, i sogni e le verità, appaiono giganteschi, colossali. C'è sangue e sofferenza, in molte delle storie narrate, ma, ugualmente vivida e nitida, c'è un'ironia più che mai essenziale, salvifica. Perfino il male, immenso anch'esso, viene inglobato nel panorama e nel solco narrativo: diviene simile ad un toro infuriato lanciato contro il sogno, contro la volontà dell'uomo di vivere e gioire. Ma, come per le popolazioni indios minacciate dall'invasione spietata di popoli stranieri, Morpurgo lo indica, lo fa comprendere tra le righe, la salvezza è in ciò che nessun potere oppressore può sterminare: la fantasia, la capacità di creare storie e leggende, inventate eppure più vere del vero: la salvezza, se c'è, è nella parola: "La Aleph es verdad, es siempre una A... entiendo un Principio... serà el Fin a maravillarlos todos", scrive Morpurgo. La parola si muove tra verità e sorpresa, tra il reale e l'inatteso. E questo libro di racconti conferma, con passione ed efficacia, quanto ampio e fertile possa essere il confine che separa ed unisce queste due dimensioni.

 

 

                                                                                      Ivano Mugnaini

 

 

 

EL TORECITO

Lo que antaño los demás llamaban novillo, o también: becerro

 

 

Hernan, il torero, e Taurus, l’ultimo toro entrato nell’arena, stavano ancora combattendo. Taurus era molto forte: e nero come la morte che incede nella notte. Ma Hernan non gli era da meno. Solo gli intermittenti controluce del sole che guizzava fra le spalle degli spettatori lo obbligavano a qualche attimo di esitazione. Rapido come l’ombra si ritraeva evitando le lunghe e arcuate corna di Taurus. Era l’ultimo toro: il più bello, e il più temibile. Con un balzo – che compì quasi senza sollevare i piedi dalla sabbia – Hernan gli fu alla distanza di un braccio. Mille braccia di donne, di uomini, di vecchi, di bambini si levavano come in preghiera. La lunga ombra di Hernan si intrecciava all’ombra massiccia di Taurus proprio sotto il suo ventre: poi l’ombra dell’uomo disparve nella macchia nera. La spada era penetrata nel collo dell’animale fino all’elsa. Taurus non emise un gemito, e rimase in piedi. Hernan lasciò la presa e portò il braccio destro sopra il cappello a salutare la folla improvvisamente ammutolita. Solo il toro respirava: tutti trattenevano il fiato. Allora l’intrepido Hernan ebbe paura, e si ritrasse dal corpo immobile dell’animale. La mano sinistra nervosamente serrata intorno alla muleta, con la destra roteava il cappello sopra la testa. Infine Taurus afflosciò la coda e piegò le zampe posteriori: la gloria del suo vasto e possente petto era salva. Non piegò il collo, e morì impettito come aveva combattuto, con la testa alta sopra le spalle e gli occhi spumeggianti in una invincibile joie de vivre. Proprio mentre la folla si accingeva a acclamare Hernan, nell’arena accadde qualcosa di imprevisto. Un torello varcò la soglia d’ingresso, sostò qualche istante nei pressi della staccionata, esplorò l’ambiente muovendo in qua e in là le sue piccole e bianchissime corna: e quando fu certo di aver visto ciò che cercava, mosse qualche passo verso il centro dell’arena. Si arrestò proprio sopra Taurus, e lo annusò. Dapprima parve riconoscerlo: quindi fece un gesto enigmatico, scosse la testa e per brevi, interminabili attimi si discostò dal cadavere. Guadagnò il centro dell’arena, e da lì prese a osservare gli spalti: la prima fila, la seconda, la terza. Poi lentamente, tristemente si riaccostò al corpo di Taurus. Chinò il muso sull’elsa scintillante, e la leccò. Con un occhio guardò di sbieco in direzione di Hernan, con l’altro scrutò il lucido pelame intorno alla ferita. Si sedette. Apparentemente, si addormentò. Il pubblico osservava questo nuovo, stravagante spettacolo con occhio indulgente. Era una pausa? Un intervallo? Un sottile, inatteso coup de théâtre? Un vecchio in terza fila inforcò gli occhiali: il torello era troppo piccolo per poter essere degnamente osservato a occhio nudo. Dagli ultimi spalti non mancò chi, previdente, aveva portato un binocolo da teatro: e in quelle lenti – da quella distanza – con il sole che proprio allora degradava alle spalle delle tribune – il muso del torello poteva apparire nella sua dimensione naturale. Aveva gli occhi socchiusi e respirava lentamente, dolcemente. Ma ecco: il bambino che in primissima fila sedeva accanto alla bella señora de… (sì, proprio colei che per prima aveva festosamente salutato con un lancio di rose rosse la vittoria di Hernan), ecco che il bambino si alzò. Un bellissimo abitino da torero decorava le sue spalle minute ma graziosamente sottolineate dalla rigida foggia della giacca. E – sotto il cappellino nero con le sue ondeggianti nappe rosse – quel suo visino pallido, languido, quasi sonnolento, d’improvviso si tinse di rosso. Si alzò, e con solenne leggerezza raggiunse il centro dell’arena. Intorno a lui il pubblico si allontanava in una strana visione. Pareva quasi che, per poter ammirare un uomo così piccolo, dovesse lui stesso farsi piccolo: piccolo e lontano. Il bambino osservò con mesta severità quelle facce ancora accese dalla recente eccitazione. Chinò la testa e senza guardare il sentiero che veniva tracciando sulla sabbia, raggiunse i due tori. Si aggiustò il cappello, sistemò il colletto. Con elegante, fanciullesca cautela protese il busto, accennando un inchino. Così vicina, perfino la sua minuta ombra pareva una presenza gigantesca, e intimorì il torello. Il giovane animale ebbe uno scarto improvviso – fece per alzarsi, ma scivolò – e scuotendo la testa per controbilanciare il peso del corpo, colpì con violenza la testa del bambino. La voce trattenuta da un’emozione violenta e improvvisa non manca di generare un suono. Proprio quel suono risuonò unanime nella vasta cavità della Plaza de Toros. E la luce? In un ultimo guizzo – il sole dell’ultimo crepuscolo scintillava contro i vetri e le ardesie dei tetti circostanti – in un ultimo guizzo la luce prese coraggio, e crebbe in intensità. L’arena – nell’attimo della fatalità – si illuminò di rosso. L’ultimo rosso del sole. Non c’era sangue sul corpo del bambino. Giaceva, allungato come un abito ben piegato e accuratamente riposto, proprio accanto a Taurus, ai piedi dello stupefatto torello. L’autore di quel gesto inconsulto accennò a restituire la cortesia che il bambino, con la sua incauta genuflessione, aveva indirizzato al corpo di Taurus, e forse a lui stesso. Ma non fece in tempo. Dalla prima fila delle tribune la señora de…, resasi conto con un attimo di ritardo di quanto era accaduto, si precipitava sul corpo del bambino, lacrimando e invocando “¡Mi hijo! Hijo mío!”. E, a pochi passi da lei, anche Hernan – che sino a quel momento aveva indossato i riposanti e per lui insoliti panni dello spettatore – si fece avanti con severo cipiglio. Il sole era ormai tramontato, e la luce indorava l’azzurro di delicate screziature violette. Rondini e colombi volteggiavano sulla Plaza de Toros: lontani da ogni terrena curiosità, leggeri e mobili come immagini, recavano nel cielo sopra l’arena un ermetico messaggio augurale. La donna serrava il viso del bimbo fra due mani tremanti e fredde. I bei capelli biondi le incorniciavano la fronte, una ciocca spettinata le asciugava le lacrime. Alle sue spalle, la cieca mano di Hernan raggiunse l’elsa ancora confitta nella poderosa schiena di Taurus, e la estrasse dal corpo della bestia con tutta la sua non più scintillante lama. La donna, sino a quel momento inginocchiata sul corpo del bambino, si era tolta le scarpe per sedere più comodamente accanto al figlio. Hernan guardò questa scena per un momento – il tempo sufficiente a persuadere la sua cieca mano di vendicatore. Gli occhi magnetizzati dal luttuoso abbraccio della donna, infilò la spada nella schiena del torello, che non accennò a un movimento (solo un fremito, come un brivido di freddo, percorse il suo bel pelo raso, regalando al suo nero mantello la momentanea ebbrezza di una raffica). La donna – la ormai nota señora de… – non prestò la minima attenzione a quanto si svolgeva alle sue spalle: suo figlio – o era un sogno? – aveva mosso le magrissime gambe. Anche le gambe del torello si mossero appena – piegandosi all’altezza delle ginocchia. Hernan solo allora estrasse la spada: e nell’attimo in cui accostò il suo al viso del torello, questi gli confidò: “No fue mi falta, señor; yo soy solamente un torecito”. Attento a spiare ogni indizio della morte sul corpo del giovane animale, il torero non prestò ascolto a quella semplice ma esemplare rivelazione. Fra l’altro, il bambino aveva ripreso i sensi: aveva aperto gli occhi. Aveva osservato la mano del torero che infilava la spada sino all’elsa nel morbido collo del torello: e da una distanza che non dava più luogo a uno spettacolo, ma – quasi – a un sogno. Ogni ombra era svanita: e nella tersa luce di quel lontano imbrunire solo le lacrime della donna avrebbero potuto ricordare la pioggia, l’autunno, la malinconia. Invece era un giorno di giugno – un magnifico giorno di inizio estate – quello che si apprestava a concludersi. (. . . )