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Alessandra Paganardi Frontiere apparenti. Silloge vincitrice dell’Edizione 2009 del Premio “Astrolabio” Pg 24 |
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Prezzo: € 5,00 |
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Leggi la recensione di Raffaele Piazza
Leggi la nota di lettura di Mauro Germani
MOTIVAZIONE DELLA GIURIA
In pochi anni, la poesia di Alessandra Paganardi si è imposta all’attenzione della critica come una delle voci poetiche più intense e originali, per la quale l’aggettivo “femminile” è del tutto scevro di connotazioni limitative; si tratta infatti di una poesia innervata della speculazione critica e filosofica di stampo femminile ma non solo, più fertile e innovativa. La silloge Frontiere apparenti, vincitrice della presente edizione del Premio Astrolabio, è in realtà composta da un dittico di poemetti, Città di mezzo e Museo e Parola i quali, attraverso una versificazione che si muove nei dintorni di un endecasillabo piano e disteso alternato a versi più brevi della nostra tradizione, dà corpo a un territorio memoriale e intellettuale che si situa, appunto, al di là delle frontiere apparenti della fisicità, e quindi della storia e della biografia, per puntare a una introiezione e una rivisitazione del vissuto. Se c’è uno spunto autobiografico e fattuale, questo si situa subito prima di laceranti riflessioni sulle occasioni e sui luoghi che ci hanno reso ciò che siamo, sulle direzioni non prese e sulle potenzialità non espresse della nostra vita; ma, anche, questi versi sempre poggianti sulle cose e sui sensi, cioè sulla nostra capacità di intelligere il mondo, ci fanno riflettere su ciò che abbiamo costruito nel divenire della vita. “Soltanto ciò che è dato sarà tolto”, dice un verso alto e sonante di saggezza quasi epigrammatica: Alessandra Paganardi mette in scena il dramma della vita, il “sentirsi grumo” ed erranza, che è comunque un’apertura allo slancio vitale e alla costruzione di un nostro mondo in cui sia possibile, nella frase di Hölderlin “abitare poeticamente”.
VII
Dal tetto si può scendere soltanto. Dal tetto. Come topi che cercano le fogne e poi vi muoiono per troppa vita, per troppa città. Ritrovarla nel clacson da arrotino che sale a raccontare esatta l’ora a chi è nascosto in mezzo ai panni stesi. Non si può più volare in questo odore che brucia le narici come ghiaccio sopra terrazze di nessuno. Scendere sempre più giù, portando sulle spalle il carbone pesante della festa.
VIII
Esistono parole passeggere frasi da temporale – un esperanto alla rovescia. Un verso mai più scritto, dimenticato. È una menzogna il mito. Nulla si perde se soltanto smetti di trattenerlo. Tutto si fa vuoto - i polmoni, il cassetto, il fiume dopo la bracciata. Nessun magazzino contiene mai la gioia.
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