puntoacapo Editrice

Flavio B. Vacchetta
Akeldamà
 
 
 
 
 
Pg 96
 
 

Prezzo: 11,00

Casella di testo: < catalogo

I° Classificato al Premio “Italo Carretto” del Comune di Bardineto nella sezione Libro Edito

 

II° classificato al premio “M. Soldati” 2010 del centro Panninzio di Torino

Leggi il commento critico di Cristina Raddavero

 

Vincitore della XIX Edizione del PREMIO BIENNALE di POESIA e NARRATIVA “MASSIMILIANO KOLBE” con menzione di merito.

 

 

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FLAVIO VACCHETTA

AKELDAMA’ (Campo di Sangue)

Puntoacapo Editore (2009)

 

Con “Campo di sangue”, (che tra l’altro si presenta con un titolo suggestivo e bello, nonché potente, sia in lingua greca sia in quella italiana), ci troviamo di fronte all’ultimo volume  di poesie di Flavio Vacchetta, poeta piemontese.

La raccolta si divide in cinque sezioni che rispecchiano quelle che sono le caratteristiche del fare e del pensare poetico del nostro Autore, come del resto si conviene ad ogni libro che sia autentico nel proprio dettato e che corrisponda, con la maggior adesione possibile, a quelle che sono le intenzioni che lo animano e dirigono.

Entrando nello specifico e lasciandosi guidare dal susseguirsi delle liriche, ci si rende ben presto conto che la poesia di Flavio è una poesia fortemente legata all’oggettività, nel senso che appare, da subito, affascinata da quelle che sono le potenti manifestazioni della vita, e da quella vitalità che si distende su tutte le manifestazioni in cui il Nostro è immerso e di cui ama cantare.

L’investimento verso gli aspetti della vita passa, però, oltre che attraverso lo strumento poetico, anche attraverso una sensibilità assai partecipe, sentita, che bene risuona  e si avverte tra e nelle parole delle liriche, rendendo queste ultime sempre portatrici di un messaggio d’incontrovertibile autenticità: una delle maggiori qualità che questa poesia reca con sé, in modo innegabile.

Sì, poiché una delle caratteristiche più distintive di questa produzione è proprio legata ad una adesione che oserei definire totale, quasi senza filtri, tra la parola distesa sulla pagine e il battito poetico che la sottende. La poesia, allora, in funzione di ciò che la anima, di quella istintiva vocazione che la sottende, si trasforma a e diventa di volta in volta, pennello, arma, piuma, corda musicale, su cui o con cui imbastire l’azione più adatta allo stato d’animo, alla forte ispirazione del momento.

Già nella prima sezione, nella bella strofa numero 21 di A(E)STROVERSI, (pg. 18), (poesia che tra l’altro titola la sezione stessa), si legge “ a mezz’aria/ tra cielo terra/ dimora la poesia/ che, guerriera, si getta/ nella mischia”. Credo che in questa dichiarazione d’intenti si esemplifichi quanto sopra detto, con un posizionamento assai preciso del proprio strumento, in quanto questa parola aleggia ad una equidistanza dal cielo e dagli abissi che le permette un punto di vista privilegiato, un’osservazione dei fatti serena, intensa ma al tempo stesso lieve. Come infatti puntualmente sottolinea il grande critico Giorgio Barberi Squarotti, “… il discorso poetico di Flavio è libero sempre dalla pateticità, dal lamento,  dal pianto: così va il mondo, e compito del poeta è piuttosto quello di verificare i casi contraddittori e mutevoli del tempo umano” 

Quello di Vacchetta è sempre uno sguardo curioso ed inquieto, “che verifica” costantemente, ma che é anche fortemente, visceralmente, innamorato della realtà e delle sue manifestazioni; conseguentemente la sua poesia assume questo tipo di capacità esplorativa che spesso diviene sorpresa, quando non incanto. Le sezioni rispecchiano questa adesione allo sguardo esprimendosi attraverso versi intensi, fulminanti, somiglianze di quell’eros che Vacchetta distende sul mondo e sulle sue manifestazioni. Meditazioni ed osservazioni che, ascendendo o discendendo dal cielo alla terra, coinvolgono, appunto, la vita in ogni propria declinazione, morte compresa. Da lì, da questo volo, nasce la capacità di elevarsi verso le condizioni più alte e gioiose dell’esistente così come, dall’altra parte, si assiste a riflessioni sul tempo e sull’abbandono di ciò che ci accompagna quotidianamente.

Dopo la sezione iniziale, prima citata, in Sussurri e Grida sono esposti gli aspetti più profondi dell’esistenza e dell’esistente, quelli che portano alle irrinunciabili riflessioni. Qui la poesia di Vacchetta esplora per intuizioni, per lampi semantici, attraverso incursioni dirette, offrendo al lettore le parti più intense, talvolta irriflesse,(quindi immediate), di questo modo di descrivere la realtà, interiore o esteriore che sia.

In Radici c’è un recupero di una dimensione più raccolta, personale, che richiama la memoria delle persone e delle cose perdute, così come degli istanti che fanno piena la vita di un uomo.

“Naturalmente Lei” è l’approdo della naturale e spesso esuberante carica erotica del nostro Autore, anche se questo termine va inteso in senso alto, pervasivo, perché comprende ciò che Flavio dedica alla propria donna, ma anche, a tutto quello che essa rappresenta in quanto portatrice del mondo femminile. Una dilatazione che si allarga ad una fascinazione verso una presenza più generale, erotica e gioiosa, di cui il corpo della donna diviene archetipo perfetto.

Frequentemente il correlativo poetico di Vacchetta, che diviene un vero e proprio esorcismo verso l’inquietudine della morte, è legato alla corporeità o alla fisicità degli oggetti e delle persone,(l’oggettività prima dichiarata), correlativo che può fluttuare sul cibo, quel calamaro, lì, così presente di fronte a noi, sul piatto, così come verso il corpo della donna amata e desiderata, di cui è completamene investita la medesima sezione; sezione  in cui gli aspetti legati alla profonda passionalità del nostro autore emergono con nettezza dallo sfondo della pagina. Qui “..la libido poetica trova sfogo…”  , come scrive Mauro Della Ferrera, nella sua bella introduzione, aggiungendo, puntualmente che “ La Lei è naturalmente multiforme, indefinibile; ha i tratti della sposa, dell’amante e di altro ancora.”

Nell’ultima sezione titolata “Il mare”, lo sguardo del nostro Autore si ciba di paesaggi, di situazioni, di sguardi, che ci legano in modo imperioso alla sostanza della vita stessa, in una sorta di continuo esorcismo linguistico verso la fugacità delle cose, verso lo smarrimento che l’idea del tempo e della morte innescano in ognuno di noi. Paesaggi marini, città adagiate sull’acqua, voli d’uccelli, fanno da contraltare alle croci, alla corrosione del nulla che attornia e sottende la nostra quotidianità. Anche la Bellezza entra a pieno titolo in questo scenario come si legge a pag. 90, in Capo Martola  “ Incespicavo sulle strade della vita/ occhio umano mai vide tanta bellezza/ la viuzza scorticata/ le cicale dar festa/la casetta sul mare a picco/ lucida malìa”. La Bellezza come rimedio, la Bellezza che, come traslato, si può identificare con la parola poetica.

E’ proprio in queste pagine che si avverte, ancora più forte, quella necessità di scrittura che, per il nostro autore è sovranità continua e rimedio verso l’idea dell’assenza, della dimenticanza.

Un rimedio che Vacchetta offre anche al lettore, attraverso l’autenticità di queste liriche e la vocazione che le anima, attraverso l’intensità di uno sguardo e di un’esperienza che, uscendo dalla dimensione personale, dialoga e s’incontra con una vasta e collettiva sensibilità.

Gennaio 2011-01-11

Marco Fregni

 

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Flavio è poeta e narratore, oltre ad avere tante altre virtù ed attività: e sono tentato di dire che, in fondo, è quasi un imitatore di Cesare, presentandosi come il primo a Benevagienna piuttosto che andare in giro per la provincia e la regione e altri luoghi ancora, ed essere il secondo.

La caratteristica poetica di Flavio è la curiosità, l’avventura, la variazione fervida, le trasformazioni, la ricerca dei modi migliori per far stupire con una certa sprezzatura ironica e giocosa. Abbiamo così testi brevissimi, in forma di sentenza o di fulminea visione o di commento o di memoria rapida o di appunti improvvisi di vita; e ci sono, invece, componimenti più dilatati fra descrizioni, esperienze di viaggi e di stagioni, commenti di tanta vita improvvisa e di riflessioni sul dolore e sulla morte, ma sempre con una saggezza serena. La memoria non duole, allora, perché il discorso poetico di Flavio è libero sempre dalla pateticità, dal lamento, dal pianto: così va il mondo, e compito del poeta è piuttosto quello di verificare i casi contraddittori e mutevoli del tempo umano. Nei momenti più alti, la poesia di Flavio aspira alla visione, all’invenzione vivida della parola, al messaggio sicuro ed esemplare. (Dalla Prefazione di Giorgio Bárberi Squarotti)

 

 

4

nel mio mondo

piazze brumose e immense

dove antichi arazzi fanno da cornice

tra ardenti crepuscoli estivi

e melanconiche serate invernali

 

 

 

5

l’obliquo tempo concede

pause silenziose:

alba di una minuta foglia

 

 

 

6

dal giorno che nasci

incominci a morire

l’universo ti appartiene

come collana al collo

e meridiana che calcola i tuoi giorni

li consegna al tempo per le correzioni

 

 

 

7

lunga notte di cielo bello

adagio d’organo il giorno

il tepore in viso

gli affetti all’invito

di silenzio e tutto intorno

alla mia terra e al suo templare

abbraccio d’universo