puntoacapo Editrice

Cristina Annino
Magnificat
Poesie 1969 - 2009
 
 
 
 
 
Pg 200 ca.
 
 

Prezzo: 18,00

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La Annino ha sempre attinto al proprio talento naturale, nelle pieghe di un vissuto portato alla luce con la vanga o la piuma, strappato alle viscere o inciso sulla pelle, con l’occhio disincantato e la mano ferma, indifferente al dibattito letterario, alle pratiche della militanza e ai compromessi con il potere editoriale. Forse per tutte queste ragioni abbiamo atteso per troppo tempo un libro che tenesse insieme, in forma antologica, la sua intera Opera. Finalmente Magnificat colma questa lacuna, dovuta in parte al carattere meravigliosamente volubile dell’autrice, che la spinse a rinunciare alla carriera letteraria . . . A partire da Non me lo dire, non posso crederci, in cui l’io maschile ancora si confonde con il “noi” di radice sessantottina e con la messa in scena di emarginati di stampo beckettiano. Lo sguardo è calviniano, quando questi era affascinato dall’école du regarde, che tanto piaceva anche a Miccini; lo stile invece e tutto anniniano, come detto, anche se non del tutto maturo: ancora acerba la magmatica progressione semantica, che devia il senso prima che esso cristallizzi, così come non sono ancora centrali, seppur presenti, la figura della madre, dell’acqua, della casa, del mondo minerale e botanico. . . . Il ciclo della madre si conclude con Magnificat, ossia con l’omaggio definitivo a chi è stata la fonte e la destinataria privilegiata dell’Opera. È un commiato che ne ribadisce l’autorevolezza, l’unicità e la forza. Eppure la sezione non si spegne in un lamento funebre, bensì rilancia nuovamente l’azzardo vitale, come se il senso dell’esistenza consistesse nel coltivare l’energia per condensarla – ora e sempre – nell’atto poetico, la cui possibilità si gioca ora in una luce nietzscheana, conseguente all’avere volontariamente “inghiottito la / morte”. Queste ultime poesie (tutta l’Opera, invero) chiamano dunque la vita all’appello, tagliando a fette il reale e l’immaginario stereotipati, togliendo loro assolutezza, per gettarli appunto nel caos fecondo della lingua, che spezza le reni al senso compiuto e apre mondi sempre differenti, spesso tra il surreal-patologico e l’onirico-infernale, proprio grazie ad “un io esteso / di qua e di là dalla / grammatica”, un io che succhia la linfa delle cose, conoscendo la propria volontà fagocitante, per risputarle in inconfondibile canto. (Dalla Prefazione di Stefano Guglielmin)

 

 

 

Cristina lavora a contrappelo, si colloca linguisticamente controcorrente. La sua è la fabbrichetta dell’antisublime, e i manufatti che sforna sono ispidi, scorbutici eppure pieni di vitalità. Ecco, sì: ci respira dentro la vita, fortemente, aggressivamente. Ma non si tratta di aggressività dell’istinto e delle viscere. Si tratta di aggressività dell’intelligenza, nella quale pure - ovviamente - le ragioni e le pulsioni del corpo, della carne, della materia hanno uno spazio fisico e insieme mentale, in quella totalità così poco governabile che è l’esistere.

Sono testi che prima di tutto aboliscono ogni forma di lirismo e tranciano brutalmente l’assuefazione al canto.

Cristina lavora sul crinale del controcanto, del canto sotterraneo - si potrebbe dire. Usa una lingua assolutamente priva di musicalità riconoscibile e immediata, proprio seguendo un fortissimo ritmo percussivo: ecco allora l’esplosione di un’altra musica più sorda, più crudele direi, certo non accattivante, risultato di un incrocio di componenti surrealiste, espressionistiche e neodada, pur senza nessuna tentazione di accademismo avanguardistico. (Mario Lunetta)

 

 

 

 

Magnificat

 

 

 

Tinto fino alle gambe d’un

combusto odore di gas, l’occhio 

sinistro rigido di pensiero

mescolato a formiche.

È tanto

sfatto di sé, pieno, vuoto

stanco con

spartiti nello spazio

minimo. Vorrebbe

farla finita, ma prende in

mano – biglietto d’ingresso

o tessera del pane – il

talento che ha e lo

mostra nell’intento

carnivoro di mangiare. Mangia.

Ché

di più credendo, con

barbara fedeltà all’Altezza,

qualità dei reni o

massa musicale, a quanti

ottoni ancora lo

percuotono dentro come

tegami di casa sua. Con tale

elastica facoltà da

pompiere senza

pompa, anche non volendo

lo fa (ma chi tira le

redini qui?) vola lui su con

l’asta, poi entra – nota per

nota – nel

magnificat stato della

mente. Lo vede. Si

scuote insieme ogni

stanza, suola in su, che

nuota senza rete anche

l’acqua. Tale

fascia sonora, ossessione! la

ferma inutilmente per un

po’ con le mani. Poi indietro,

lui casca.

 

(p. 156-157)