
puntoacapo Editrice |

Claudio De MunariQualcuno dice quadratoPg 64 |
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Prezzo: €9,00 |
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Recensione di Cristina Raddavero
Dolcemente caustico, mordace, erosivo ogni pensiero gettato sul foglio della vita da Claudio De Munari si trasforma in domanda pungente, quesito avido di una risposta che per quanto fornita non sarà mai abbastanza esauriente, appagante, soddisfacente. Il “diagramma” proposto dall’autore sfugge a se stesso, o meglio il percorso congiungente tutti i punti indicanti le varie intensità con le quali il fenonemo si presenta in un dato momento o in una successione di tempi, non garantisce la “quadratura”, piuttosto si invera e si attesta nell’istante in cui viene smentita ogni affermazione e stemperata nel suo esatto contrario. Se “qualcuno dice quadrato”, l’autore istintivamente immagina l’esistenza, in ogni sua manifestazione, alla stregua del cerchio, ovvero alla porzione dell’esistente e del vissuto racchiuse nella circonferenza del tempo e dello spazio nonché di un animo sempre teso e alla ricerca di un senso tale nella misura in cui viene costantemente messo in discussione, diluito e dissolto in molteplici sfumature le sole atte a conferire validità al “viaggio” di ogni uomo nel suo sentire, esperire, agire, vivere, contemporaneamente nella sua dimensione etica e poietica. Se c’è un’operazione possibile, questa pare indicare Claudio, ossia “fendere” ogni sua singola proposizione per cogliere senza mediazioni di sorta, la tensione propria dell’uomo che ricerca la verità intorno alle varie cose, paragona e mette in rapporto l’incerto con il certo, l’ignoto con il noto. Ma se un giudizio conoscitivo si può abbozzare per ciò che riguarda le cose finite e perfino ritenerlo possibile, non appena si cerchi di indagare e interrogarsi intorno all’infinito ecco che si avverte il suo sfuggire ad ogni proporzione e, semmai ve ne possa essere una, la proporzione acquista contorni e lineamenti circolari, per farsene presto beffa, parola dopo parola, assunto dopo assunto fermo restando il fatto che l’intelletto umano non è depositario assoluto di verità, non comprende mai la verità in modo così preciso se non da non comprenderla più precisamente ancora all’infinito e così via. In quest’ottica riceve una consistenza del tutto particolare il suggestivo ed ironico finale tacitamente inseguito dal lettore già dalle pagine iniziali, celatamente invocato, silenziosamente atteso a riprova del fatto che ad ogni provocazione dell’autore segue un guizzo, uno scatto dell’animo curioso e “ficcanaso”, pronto a ridisegnarsi con tratteggi e schizzi ormai senza dubbio così lontani e distanti da ogni mano che vorrebbe imprigionarli e “costringerli” nel mero spazio di un contorno, un orlo, un bordo tanto semplicemente “quadrati”.
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