
puntoacapo Editrice |

Sergio GalloCanti dell’amore perdutoPg. 264 |
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Prezzo: € 20,00 |
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Attento alla natura e ancor più alla naturalezza, alla naturalità, il poeta piemontese si inserisce nel ristretto novero dei poeti davvero in possesso di un vocabolario personale – ma, caso quasi unico, non cade mai nell’idiosincrasia linguistica, nell’idioletto eccentrico, riuscendo ad inserirsi, da questo punto di vista, sulla scia di Bacchini (piuttosto che Neri, di cui non condivide il programmatico abbassamento tonale) – a cui, fra i riferimenti stranieri,aggiungeremmo Neruda, Whitman e Williams. La terna di poeti suaccennata inquadra comunque non soltanto un universo poetico che si sforza di essere (più che “assolutamente moderno”) contemporaneo alle scienze, ma anche un afflato poematico, un discorso che osa il sovrabbondante, l’inesauribile, che sa fare della minuzia un indizio dell’universale – o, meglio, del generale che ad esempio la biologia, la medicina, la botanica rappresentano. Vorremmo sottolineare come solo all’apparenza questo discorso calzi anche per certo minimalismo à la page anche e soprattutto nei cataloghi delle majors: Gallo infatti non cede mai allo sconforto del frammentario di per sé, preferendo sempre aprire squarci vertiginosi nella propria (e nella nostra) visione, laddove il frammento, il fatto o l’oggetto trovato, ma anche la piccola vicenda personale, servono a rivelare immediatamente e con naturalezza la profondità e l’ampiezza della riflessione. . . . Aggiungiamo, anche se il paziente apprendistato con cui abbiamo aperto la nostra riflessione sembra attestarlo di per sé, che in queste pagine troviamo un senso della responsabilità poetica, artistica e intellettuale in senso lato che davvero rimanda al detto confuciano “È nei sogni che comincia la responsabilità”: Gallo scrive sempre partendo dall’umile punto di vista di chi sa di dover salire molti gradini se vuole arrivare all’arte, con la stessa serena ignoranza con cui tanti altri neppure si pongono il problema, e falliscono in maniera misera e neppure eroica… “ Lascia che responsabilmente / le parole fluiscano” (p. 20) diventa allora un appello a lasciar sì fluire la vena artistica (“il sacro focolare della poesia”, p. 54), ma con la responsabilità – che è morale almeno quanto tecnica – di chi non può dare mai per acquisita la consapevolezza del mezzo tecnico usato. (Dalla Postfazione di Mauro Ferrari)
Le cose necessarie The Bare Necessities Necessari al contempo le oscene meretrici del dubbio, i tentacolari abissi del ricordo. La ginnastica dell’immaginazione e nuovi viaggi da intraprendere tempestivamente. Indispensabili un letto decente dove stendere
le ossa a fine giornata. Un tozzo di pane, un’acciuga una minestra di fagioli, un po’ di frutta. Un buon bicchiere di vino da condividere. Necessarie le camere oscure del sogno, la presa di corrente della coscienza – ma da bambina con i codini dritti e la sfrontatezza dell’innocenza dicono che invece delle dita nelle prese ci infilassi la lingua –. Necessari una qual certa amara ironia e un’adeguata colonna sonora. Una saltuaria drastica pulizia di virus, batteri, parassiti vari, tossine, scorie, idee malsane. Oltrepassare le frontiere della Conoscenza. Indagare le oscure regioni della mente. Cercare spiriti affini, se possibile. Riflettere sull’ordine naturale delle cose. Salire sulla cima delle montagne. Fare il deserto, dentro e fuori. Necessari i quesiti senza risposta, la benevolenza dei Lari, il sacro focolare della poesia. |